Archive for ottobre, 2011

Morto un rais se ne fa un altro?

di Gabriella Gagliardini

Una volta morto Gheddafi, come sbocco naturale ci si potrebbe aspettare di tutto; la situazione non e` cosi` florida come gli uccisori del rais hanno voluto dimostrare con i forsennati festeggiamenti intorno al cadavere del dittatore. La sfrenata gioia, di fronte ad un essere umano morto, benche` dittatore, non da` per scontato l’avvento di un individuo migliore. Chi sara` il successore di Gheddafi? Chi si impadronira` della Libia e delle sue ricchezze di oro nero? Certo e` che il territorio e` appetibile ed i Paesi confinanti, insieme ad altre potenze europee vorrebbero molto volentieri impadronirsi del bottino, senza spartirlo con nessuno. Testimonianza di cio`  e` stata la velocita` nel buttarsi a “corpo morto” in una guerra, di esito del tutto incerto, da parte di alcune potenze straniere che non hanno tentennato un attimo pur di intraprendere un cammino al buio. E` sempre la sete di potere a spingere chiunque verso una via senza ritorno, sempre il “dio denaro” ad influenzare il mondo verso l’egemonia a tutti i costi. La Libia rimane ora sbandata, in preda a due fazioni opposte, senza un governo stabile, proprio per questo piu` vulnerabile e soggetta agli appetiti di chiunque abbia l’intenzione di conquistarla.

Speriamo che la situazione non degeneri e che questa finta “Primavera araba” non si trasformi in qualcosa che di primavera non ha niente .

Il Mujahidin di Tripoli

di Daniel Pipes
Liberal
26 ottobre 2011 http://it.danielpipes.org/10265/il-mujahidin-di-tripoli

Commentando in modo ottimista l’esecuzione del longevo dittatore libico, Barack Obama ha dichiarato che «la morte di Muammar Gheddafi ha mostrato che il nostro ruolo nel proteggere il popolo libico e nell’aiutarlo a liberarsi di un tiranno era la cosa giusta da fare». Riguardo alla sua decisione di attuare un ritiro di tutte le truppe Usa dall’Iraq nel giro di due mesi, Obama ha detto che «in Iraq, siamo riusciti nella nostra strategia di porre fine alla guerra». Poi, il presidente ha tratto delle conclusioni trionfalistiche da questi sviluppi, vantandosi del fatto che essi stanno a dimostrare che «la marea della guerra si ritira» e che «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo».

Mahmoud Jabril

Che abilità: poiché le invise politiche interne di Obama (specie quelle riguardanti l’assistenza sanitaria e l’occupazione) affondano la sua popolarità, lui ora rivendica i successi della politica estera. I democratici pubblicizzano i loro successi internazionali: «Terroristi e dittatori», dice qualcuno «privi di ostruzionismo parlamentare, non dispongono di nessuna difesa efficace contro Barack Obama». Ma il Medioriente insegna a essere cauti: molto probabilmente andrà male in Libia e in Iraq. Prevedo che Obama si pentirà dei precipitosi vanti.

In Libia, non è chiaro chi emergerà come figura dominante nel Consiglio nazionale transitorio nel tentativo di governare il Paese. Due figure rappresentano le probabili alternative. Mahmoud Jibril (classe 1952; conosciuto anche come Mahmoud Gebril ElWarfally) è stato nominato primo ministro ad interim del Cnt. Ha conseguito un PhD in Scienze Politiche presso l’Università di Pittsburgh, dove ha insegnato pianificazione strategica. Ha pubblicato dieci libri – tra cui il volume di successoImagery and Ideology in U.S. Policy Toward Libya, 1969-1982 – e ha fondato un’omonima società di formazione professionale e di consulenza in management, la Gebril for Training and Consultancy. Invece, Abdel-Hakim Belhaj (classe 1966), leader militare di Tripoli, nel 1988 si è recato in Afghanistan a combattere i sovietici; è stato a capo del Gruppo combattente islamico della Libia; nel 2004, arrestato dalla Cia e consegnato a Gheddafi che lo ha sbattuto in galera fino al 2010. Le differenze tra i due non potrebbero essere più nette: un leader libico che ha ricoperto un posto accademico prestigioso negli Usa, mentre l’altro sostiene di essere stato torturato dalla Cia. L’uno vuole integrare la Libia in un ordine guidato dai Paesi occidentali, l’altro sogna un nuovo califfato.

Abdel-Hakim

Se Belhaj ha dichiarato la sua fedeltà al Cnt sotto Jibril, ha però fatto di tutto per evadere i tentativi di assumere il controllo delle unità militari. Come dice con garbo Patrick J. McDonnel del Los Angeles Times, «continua a non essere chiaro come funzioneranno esattamente i rapporti tra la leadership civile e le disparate unità militari». E la cosa ancor più preoccupante sono le dimissioni annunciate da Jibril domenica scorsa, proprio quando il presidente del Consiglio nazionale transitorio ha chiesto una costituzione «basata sulla religione islamica». Se la Libia diventasse islamista, Obama si struggerebbe al ricordo di Gheddafi.

 

In Iraq, l’affermazione di Obama sulla fine della guerra ricorda il discorso della “Missione compiuta” pronunciato da George W. Bush nel 2003 che è stato molto ridicolizzato a causa del suo prematuro annuncio – «Nella battaglia dell’Iraq, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno prevalso» – proprio quando la vera guerra era appena cominciata. Con le truppe Usa che ora stanno per ritirarsi, Teheran può cominciare sul serio a impadronirsi del Paese e a trasformarlo in una satrapia (antico termine persiano che sta per una forma di governo subordinata). Nonostante i moniti americani, Teheran già interferisce nella politica irachena, finanzia le milizie, appoggia il terrorismo e invia le proprie forze nel Paese – e si prepara a fare di più. Come scrive Max Boot, il ritiro delle truppe americane implica che «in Iraq i rischi di un fallimento disastroso ora aumentano in modo considerevole. La Forza Quds iraniana deve avere l’acquolina in bocca perché stiamo lasciando l’Iraq sostanzialmente incapace di difendersi dalle sue macchinazioni». Baghdad cerca di rabbonire le minacce iraniane; ad esempio, il suo capo di stato maggiore ha proposto un’organizzazione per la sicurezza regionale con Teheran.

Se gli sforzi iraniani avranno rapidamente successo, beh, questi potrebbero recare un danno considerevole alle prospettive elettorali di Obama del prossimo anno. «Chi ha perso l’Iraq?» potrebbe diventare un potente grido di battaglia dei repubblicani. Il fatto che Obama, già nel 2007, avesse dichiarato che gli sforzi americani di stabilizzare l’Iraq erano stati “un fallimento totale”, lo induce ad assumersi la responsabilità di questo reale fallimento. Anche se l’Iraq resisterà fino alle elezioni americane del 2012, prevedo che tra cinque-dieci anni gli sforzi statunitensi in Iraq (e anche in Afghanistan), con tutte quelle spese e i tributi di vite umane, finiranno in nulla. Quando i futuri analisti cercheranno di capire che cosa è andato storto, potrebbero ben concentrare la loro attenzione sulle ingenue dichiarazioni di Obama.

Come Belhaj probabilmente prevarrà su Jibril, così l’Iran sull’Iraq. Se accadesse, Obama e i democratici si pentiranno della miope sicumera odierna.

Argomenti correlati:

http://it.danielpipes.org/art/cat/42

 

 

Servizi Segreti: morto il rais, adesso un governo ad interim in attesa di attuare una Costituzione Libica

di Marco Federico

Aisha Gheddafi

Tutto il mondo ha potuto assistere alla cattura nonchè all’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei rivoluzionari CNTche hanno in questo modo creduto di rendere giustizia alla maggioranza del popolo libico.

Adesso viene il momento più delicato perchè non sarà così scontato mettere d’accordo i diversi capi delle tribù libiche.

Il Consiglio nazionale transitorio (CNT), tramite il suo presidente Mustafa Abdul Jalil, ha in mano veramente la Libia? O meglio, cosa accadrà da qui ai prossimi mesi prima che si instauri il processo di democrazia in tutto il Nord Africa?

Trovare un equilibrio nello “scatolone di sabbia”sarà difficile perchè in molti tenteranno di costruire  la propria nicchia…Potenze interessate non si illudano che con la morte di Gheddafi, tutte le questioni più celate siano stati definitivamente sepolte…
Pare (fonte ignota) che esista uno “scrigno” custodito da qualche parte, dove sarebbero contenuti dei doc. riservati del Rais, che avrebbe rivelato al momento opportuno…Sarà vero? E chi potrebbe esserne a conoscenza?

Lo scempio delle città in balìa dei folli

di Gabriella Gagliardini

 

Le scene atroci, a cui abbiamo assistito tutti, riguardanti la città di Roma non hanno bisogno di commento, ma esiste persino chi, invece di vedere quello che dovrebbe essere palese, in perfetta malafede, osa ancora “girare la frittata”! Un esempio tipico è stato dato da quell’individuo fermato, resosi responsabile di aver gettato un estintore contro le forze di polizia, che candidamente ha affermato la sua vocazione a vigile del fuoco! Frasi senza senso, senza pudore, che negano ogni evidenza dei fatti beffandosi delle forze dell’ordine. Un’altra cosa ridicola, per non dire inaccettabile, è il fatto che si debbano chiamare tali avanzi umani “professionisti della violenza”, “black bloc”, ed altri epiteti più o meno eleganti per non appellarli semplicemente con il loro vero e più adatto nome di” delinquenti” o “criminali”. E’ strano come la lingua italiana cambi così repentinamente, tanto da far cadere in disuso alcune parole scomode che certe parti politiche non accettano di buon grado, proprio perché rispondenti al vero!

Altra incongruenza, con termine molto eufemistico, è quella che si tenga, in modo asfissiante, al diritto di manifestare e non al dovere di evitare di danneggiare tutto ciò che esiste intorno a tali scalmanati delinquenti. Nessuna ragione al mondo giustifica la violenza, e una tale violenza va punita senza “se” e senza “ma”.

Altro concetto astratto è quello della “prevenzione”; che prevenzione è stata fatta se si è permesso a questa massa informe di entrare armata di tutto punto o di campeggiare al centro di Roma il giorno precedente?

Per quale motivo Alemanno vieta solo per un mese le manifestazioni e non dispone che esse si debbano svolgere perennemente fuori centro, in spazi aperti?

Perché non arrestare preventivamente chi, senza equivoco, è attrezzato per la guerriglia?

Che impressione ha lasciato la vista dei blindati delle forze di polizia che arretravano al lancio delle pietre? Io direi profonda amarezza da parte dei cittadini comuni, umiliazione delle stesse forze di polizia e grande trionfo da parte dei delinquenti che hanno considerato vinta la loro battaglia con conseguente incoraggiamento a perseverare nella loro folle e criminale corsa.

Auspichiamo vivamente che la magistratura faccia il suo dovere, in modo esemplare, evitando le pene ridicole e applicando tutte le leggi che sono da applicare; questo perché non si ripeta ancora uno scempio simile.

La vergogna delle intercettazioni

di Gabriella Gagliardini

Prendiamo lo spunto dall’articolo del giornale francese Le Figaro,  pubblicato  nella nostra sezione in lingua originale; notiamo che il quotidiano pone un conturbante accento sull’illegalità delle intercettazioni telefoniche in Italia e sull’enorme quantitativo di persone che sono state intercettate nel nostro Paese: 30 milioni di persone; possiamo affermare che quasi la metà degli italiani sono “a rischio” ascolto da parte di orecchie molto poco discrete. Forse non tutti riescono a percepire gli ingentissimi costi che esse producono: 300 milioni di euro che noi cittadini comuni paghiamo, per giunta, in periodo di crisi. Nulla da eccepire se si tratta di intercettare persone appartenenti alla larghissima rete della criminalità organizzata, durante indagini di polizia giudiziaria, ma consideriamo riprovevole mettere in mostra “i panni che si devono lavare in casa”! Le intercettazioni devono essere autorizzate dal magistrato in caso di gravi reati, quali traffico d’armi, droga, omicidio; quando queste intercettazioni  le autorizza il magistrato a se stesso allo scopo di arrivare a fini diversi dai reati elencati in precedenza, cosa succede? In Italia niente, troppi agiscono al limite, addirittura oltre la legalità ed escono anche impuniti. A volte viene spontaneo pensare: che esiste a fare il codice penale, per essere conservato in uno scaffale di libreria e coprirsi di polvere? Chi ferma certi magistrati malati di protagonismo che distruggono vite umane innocenti, colpevoli solo di aver parlato al telefono con qualcuno? Le intercettazioni a scopo di gossip dovrebbero essere tassativamente vietate e sanzionate pesantemente; intercettare una persona non è un gioco o un passatempo ameno, si viola la  privacy di qualcuno, occorre, pertanto, un motivo molto serio e troppo spesso in Italia si abusa di tale strumento che, invece, dovrebbe costituire un ausilio per complesse indagini  di polizia giudiziaria, sempre nell’ambito di reati gravissimi.

L’articolo sconcertante di Le Figaro sottolinea anche il fatto che è illegale mettere sotto intercettazione un parlamentare senza il nullaosta della Camera dei deputati, regola che, in Italia, puntualmente non viene rispettata da certi magistrati.

La cosa peggiore è che i magistrati responsabili di determinate “leggerezze” rimangono tranquillamente a continuare il loro lavoro distruttivo senza che nessuno emetta mezza parola al riguardo, gettando fango su degli innocenti, su se stessi, ma ancora di più sull’immagine di questa nostra Italia all’estero.