Archive for dicembre, 2011

Poteri forti in Italia?

di Gabriella Gagliardini

 

Nell’anno della

celebrazione del 150 esimo  dell’Unita` d’Italia ci ritroviamo uniti, assoggettati ai poteri forti che dominano il mondo finanziario. Ecco il quadro del governo italiano che ha mandato a casa i politici ed ha spalancato le porte ai signori tecnici.

Il nostro attuale Premier, Mario Monti, sicuramente un uomo di classe,  fa sorgere, tuttavia, dubbi atroci negli italiani pensanti. Vediamo e meditiamo il suo curriculum, certamente prestigioso, ma che cozza leggermente con la carica istituzionale che ricopre, per grazia ricevuta.

-Mario Monti, dal 2005 e` consulente internazionale della Goldman Sachs, la piu`grande e potente banca d’affari al mondo,

-dal 2010 e` membro del Consiglio direttivo del “Club Bilderberg” (organizzazione che dal 1954 si riunisce una volta all’anno a porte chiuse e ai cui incontri, protetti da strettissime misure di sicurezza partecipano anche i presidenti del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della Federal reserve; i presidenti di Coca Cola, British Petroleum, Chase Manhattan Bank, American Express, Goldman Sachs, Fiat e Microsoft; vice presidenti degli USA, direttori della CIA e dell’FBI, Segretari Generali della NATO, senatori americani e membri del Congresso, primi Ministri europei, capi dei partiti di opposizione, editori e direttori dei maggiori media mondiali);

-dal 2010 e` anche presidente del Gruppo europeo della “commissione trilaterale”, altra organizzazione che tiene i suoi incontri del tutto riservati, fondata dal magnate americano David Rockefeller dal 1973, ufficialmente per favorire la cooperazione tra Europa, USA, Giappone;

-nel 2010 era membro del ” Comitato Consultivo di alto livello per l’Europa” di Moody’s, una delle maggiori agenzie di rating al mondo che fa tremare i potenti;

-Monti e` anche il Presidente della lobby belga “Bruegel”, un think tank che sta spingendo per l’unione fiscale dei paesi membri dell’Ue; i membri sono esponenti di spicco di 16 Stati e 28 multinazionali, tra cui Microsoft, Google, Goldman Sachs, Samsung, la Borsa di New York, Unicredit.

Anche tutti i Ministri che circondano il premier sono si` tecnici,  ma specializzati in attivita` bancarie,  gia`appartenenti ad Intesa San Paolo, Unicredit, Banco Popolare.  Si differenzia dalla materia finanziaria l’attuale Ministro della Giustizia Paola Severino, esperta in materia legale, essendo stata anche avvocato di Francesco Gaetano Caltagirone, Stefano Geronzi, Romano Prodi e Giovanni Acampora.

Si da` il caso che questi poteri finanziari forti abbiano organizzato con successo il colpo di Stato finanziario prima in Grecia e poi in Italia, il Dr. Monti che rapporti ha con loro, attualmente?Anche se ha dichiarato pubblicamente di “non vedere i poteri forti”. Forse il Dr. Monti e` dotato di poca memoria o insufficienza visiva? Che garanzie puo` dare agli italiani di non essere piu` legato a questi grossi “burattinai” che muovono i fili della finanza mondiale, che riescono a fare il bello e cattivo tempo in Borsa? A chi stiamo consegnando i nostri sudati risparmi?

Con tutta la buona volonta` riusciamo a fatica a credere al beneficio e alla sincerita` di questa manovra strozzaitaliani. Ai posteri l’ardua sentenza, sempre che riusciremo ad avere dei posteri ancora in piedi.

 

Fonte: “Monti, basta con gli amici” di Magdi Cristiano Allam- Il Giornale

Khamenei può intralciare la rielezione di Obama

di Daniel Pipes
Liberal
22 dicembre 2011

Prof.Daniel Pipes

http://it.danielpipes.org/10437/iran-rielezione-obama

Pezzo in lingua originale inglese: Tehran holds Obama re-election wild card

 

La fine ufficiale della guerra americana in Iraq, il 15 dicembre scorso, rende il vicino Iran un fattore importante e imprevedibile nelle presidenziali Usa del 2012. Innanzitutto, uno sguardo al passato: i mullah iraniani hanno già avuto nel 1980 l’opportunità di influire sulla politica americana. Il sequestro degli ostaggi dell’ambasciata Usa a Teheran per 444 giorni ha tormentato la campagna per la rielezione del presidente Jimmy Carter e ha contribuito alla sua sconfitta – grazie anche a iniziative come la Rose Garden strategy, una fallita operazione di salvataggio e a un programma televisivo dell’ABC America Held Hostage. L’Ayatollah Khomeini ha vanificato le speranze di liberazione degli ostaggi, evitando un colpo a sorpresa da parte dell’amministrazione Carter a pochi giorni dalle elezioni e ha rigirato il coltello nella piaga liberandoli esattamente il giorno dell’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Oggi, l’Iran può giocare due potenziali ruoli nella campagna per la rielezione di Obama: come disgregatore in Iraq o come obiettivo degli attacchi Usa. Esaminiamoli entrambi.

Il Presidente Jimmy Carter e Barack Obama

Chi ha perso in Iraq? Anche se l’amministrazione di George W. Bush ha siglato l’accordo sullo status delle forze con il governo iracheno, sulla base del quale «Tutte le forze americane lasceranno completamente il territorio iracheno entro il 31 dicembre 2011», la decisione di Obama contraria al mantenimento di forze residue in Iraq ha fatto sì che il ritiro delle truppe diventasse sia una sua scelta che un suo onere. Questo lo mette a rischio: se le cose dovessero andare male in Iraq nel 2012, lui, e non Bush se ne assumerebbe la responsabilità. La guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, in altre parole, può rendere insopportabile la vita di Obama. Khamenei ha molte opzioni: può esercitare un maggiore controllo su quei numerosi dirigenti iracheni che sono degli islamisti sciiti filo-iraniani, alcuni dei quali hanno vissuto in esilio in Iran; ad esempio, il premier, Nouri al-Maliki, rientra in questo paradigma. Gli iraniani possono anche influenzare la politica irachena con i servizi d’intelligence del Paese, in cui già si sono sostanzialmente infiltrati. Oppure Teheran può mandare delle truppe iraniane in Iraq a tempo indeterminato, al posto di quelle decine di migliaia di soldati americani che ora hanno lasciato la frontiera orientale irachena, creando una forte tensione. E per finire, gli iraniani possono appoggiare persone come Muqtada al-Sadr o inviare direttamente dei terroristi. Nel 1980, gli iraniani hanno manipolato il processo politico americano con la presa degli ostaggi; nel 2012 potrebbero riuscirci con l’Iraq. Se i governanti iraniani decidessero di piantare grane prima del 6 novembre, il candidato repubblicano accuserà Obama di “aver perso in Iraq”. E vista la lunga opposizione di Obama alla guerra, questo lo metterà in difficoltà. In alternativa, gli iraniani possono cambiare marcia e mettere in atto la loro minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz per mettere in pericolo il 17 per cento del petrolio mondiale che passa attraverso quella via di navigazione, creando così un’instabilità economica globale.

Gli Ayatollah e Khomeini e Khamenei hanno in comune l'opportunità di influire sulle presidenziali americane

Nel 1980, i mullah decisero di intralciare la strada di un leader democratico indebolito e potrebbero farlo di nuovo; oppure potrebbero decidere che Obama sia il male minore e desistere. Il punto è che il ritiro delle truppe offre loro altre opzioni. Può darsi che Obama si pentirà di non averle tenute lì fin dopo le elezioni, scelta che peraltro gli avrebbe permesso di dire: «Ho fatto del mio meglio». Sul tavolo c’è anche la possibilità di bombardare gli impianti nucleari iraniani. Quasi due anni fa, quando Obama conservava la maggioranza (seppur risicata, un + 3 per cento) tra gli americani, feci notare che un attacco Usa contro gli impianti iraniani avrebbe fatto dimenticare il suo primo e inconcludente anno alla Casa Bianca e virato la scena politica interna a suo favore. Con una sola azione, avrebbe, infatti, protetto gli Stati Uniti da un nemico pericoloso e ridisegnato la corsa elettorale. Perché un attacco avrebbe accantonato la riforma sanitaria, indotto i repubblicani a lavorare con i democratici, fatto protestare i netroots, provocato un ripensamento fra gli indipendenti e mandato in brodo di giuggiole i conservatori. Oggi, mentre la popolarità di Obama affonda al -4,4 per cento e le elezioni dominano già lo scenario interno a meno di un anno dal voto, il presidente è sempre più incentivato a bombardare l’Iran, un’ipotesi pubblicamente discussa da una pittoresca gamma di personaggi americani (Sarah Palin, Pat Buchanan, Dick Cheney, Ron Paul, Elliot Abrams, George Friedman, David Broder, Donald Trump) e non (Mahmoud Ahmadinejad, Fidel Castro). Assistenza sanitaria, impiego e debito pubblico offrono al presidente poca consolazione, la sinistra è delusa e il voto indipendente è a disposizione di tutti. Le attuali scaramucce sulle sanzioni e i droni potrebbero essere una mera distrazione: un attacco agli impianti iraniani avrà presumibilmente luogo nella prima metà del 2012, insomma non troppo vicino alle elezioni americane. In conclusione: Khamenei e Obama possono crearsi non pochi problemi. Se lo facessero, l’Iran e l’Iraq diventerebbero i temi centrali della corsa alle presidenziali, continuando così a giocare il ruolo trentennale di pupazzi di cartapesta della politica americana.

Argomenti correlati:IranIraqPolitica estera statunitense

www.informativadintelligence.eu di Marco Federico

«Puntavamo a un altro 1945 Ma abbiamo fallito nel nostro obiettivo morale»

di Alessandra Farkas
Corriere della Sera
16 dicembre 2011

http://it.danielpipes.org/10420/abbiamo-fallito-nel-nostro-obiettivo-morale

Prof. Daniel Pipes

NEW YORK – «La presenza americana in Iraq finisce, ma non certo la guerra». È pessimista Daniel Pipes, lo studioso neocon già consigliere di George W. Bush, considerato uno dei massimi esperti americani di Medio Oriente. «Abbiamo sprecato 800 miliardi di dollari, perso oltre 4 mila soldati rimpatriandone altri 30 mila feriti – spiega Pipes – ma tra dieci, forse cinque anni, tutti i nostri sacrifici saranno stati cancellati e l’ Iraq sarà sotto la morsa di un’ altra tirannia».

L’ America ha insomma perso questa guerra?

«Ha perso la guerra, anche se ha vinto qualche battaglia: ha messo fine alla cruenta dittatura di Saddam Hussein, aiutato il governo curdo nel Nord e spezzato la dominazione sunnita del Paese. Ma il vero obiettivo non l’ ha raggiunto».

A quale obiettivo si riferisce?

«L’ obiettivo 1945. L’ amministrazione Bush, di cui ho fatto parte, aveva un progetto moralmente molto elevato per creare un Iraq libero e prospero, basato implicitamente sull’ esperienza Usa in Austria, Germania, Italia e Giappone nel 1945. Invece di chiedere risarcimenti ai nemici sconfitti, l’ America allora accordò loro prestiti, aiutandoli nella ricostruzione dei Paesi distrutti».

Il metodo in Iraq non ha funzionato?

«Purtroppo ci siamo resi conto ben presto che il 1945 non poteva essere replicato in Medio Oriente nel 2003. È stato un enorme errore di valutazione, e una sconfitta, dover ammettere che il nobile intento di trasformare l’ Iraq in un faro del Medio Oriente è fallito».

L’ amministrazione Obama doveva restare?

«È stato l’ allora presidente Bush, 4 anni fa, a firmare contro i miei consigli l’ attuale ritiro. Una data arbitraria che non tiene conto della situazione sul terreno. Lo dico da repubblicano convinto».

Se si potesse tornare indietro cosa cambierebbe?

«Chiederei all’ America di appoggiare un governo militare retto da un generale iracheno, guidandolo gradualmente verso la democrazia. Chiederei elezioni non dopo 23 mesi, ma 23 anni perché, come bene insegna la Cina, ci vuole tempo a passare da una cruenta dittatura alla democrazia. Avremmo dovuto inviare le truppe ai confini e in zone strategiche, non a pattugliare le strade di Falluja. Ci siamo solo fatti odiare. Ma ormai è troppo tardi per recriminare».

Pensa che l’ attuale ritiro aiuterà il presidente Obama a essere rieletto?

«Al contrario, penso che due pericoli possano compromettere la sua rielezione: lo scoppio di una guerra civile in Iraq e un incremento dell’ influenza iraniana nel Paese. Francamente sono sorpreso che Obama abbia deciso di rispettare la scadenza invece di proteggersi e rimandare il ritiro di almeno un anno. Se qualcosa andrà storto, i repubblicani potranno addossargli tutta la colpa».

Argomenti correlati:IraqPolitica estera statunitense

www.informativadintelligence.eu di Marco Federico

Lo spauracchio della bomba atomica ricomincia

di Gabriella Gagliardini

 

Il Principe Turki bin Faisal al Saud, conosciuto col nome di Turki-al-Faisal, ex ambasciatore a Londra e a Washington, e` stato il capo dell’Intelligence saudita. Membro influente della casa regnante dell’Arabia Saudita, ha partecipato ultimamente alla quarta conferenza World Policy Conference, organizzata a Vienna dall’Istituto francese per le Relazioni Internazionali.

Il Principe Turki al Faisal ha affermato che tutti i Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar) sono certamente sostenitori dell’abolizione delle armi di distruzione di massa, tuttavia, nel caso in cui non si riuscisse a convincere Israele e Iran ad abbandonare il loro intento alla costruzione di armi nucleari, i Paesi arabi del Golfo sarebbero costretti a procurarsi tali armi.

“Per il momento l’Arabia Saudita e` dedita a sviluppare l’energia nucleare per uso civile, e a tale scopo sono stati gia` firmati accordi con vari Paesi, inclusa la Francia. Tuttavia, allo scopo di perseguire un programma di denuclearizzazione occorre una volonta` precisa, ma non si e` fatto molto per quanto riguarda il Medio Oriente. Aspettiamo fiduciosi la prossima conferenza sul tema nucleare del 2012 che si terra` in Finlandia, ma se non si arrivera` a risultati precisi dovremmo prendere in considerazione l’idea di correre ai ripari. D’altronde Francia, Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina sono dotati di armi nucleari, la Francia ha anche aiutato India, Cina e Pakistan a fornire  tecnologia nucleare, non vedo perche` gli Stati del Golfo non possano procurarsi armi nucleari.” Questo e` quanto detto dal principe Turki al Faisal, discorso lucido, ma che infonde una certa preoccupazione per il passo azzardato che quasi tutto il mondo arabo si accinge ad intraprendere.

Il Principe saudita, senz’altro uomo di grande cultura, essendosi formato nelle migliori universita` inglesi, e` un esperto di legge e giurisprudenza islamica; in passato ha avuto anche diversi contatti con Bin Laden, in qualita` di mediatore, tuttavia  si e` mantenuto in una posizione distante da Al Qaida, definendola un “culto malvagio”.

L’ingegno dei cartelli della droga

di Gabriella Gagliardini

L’ingegno umano e` fertilissimo quando si tratta di soldi e di potere; e` il caso, ora,  del cartello della droga di Sinaloa, un’organizzazione criminale della costa pacifica che controllerebbe la zona della bassa California. L’organizzazione ha commissionato la costruzione di gallerie sotteranee, che attraversavano la frontiera del Messico, ad un abile ingegnere messicano. Questi, impiegava personale ignaro della finalita` della costruzione e dell’identita` dei propri datori di lavoro.  Gli ingressi dei tunnels venivano nascosti all’interno dei depositi di frutta e verdura dei mercati generali, le gallerie avevano una profondita` di circa 30 metri ed una lunghezza di circa 800 metri. Attraverso tali complicati passaggi clandestini si facevano transitare tonnellate di marijuana che venivano portate in altri depositi simili, pronte per la distribuzione.

La scoperta e` stata della Tunnel Task Force lo scorso mese, grazie ad incessanti appostamenti presso un mercato ortofrutticolo di Otay Mesa, nell’area industriale di San Diego.

Il tunnel piu` sofisticato scoperto finora era dotato di ascensore, sistema di ventilazione, di ferrovia e vagoni, pavimento e mura rinforzate, un’opera di alta ingegneria, dunque, che terminava proprio vicino alla pista di decollo dell’areoporto di Tijuana.

Nel corso degli ultimi anni sono stati scoperti 124 gallerie sotterranee e sequestrate 250 tonnellate di marijuana, tuttavia i risultati positivi ottenuti non consentono al personale della Tunnel Task Force di abbassare la guardia in quanto essi non costituiscono un deterrente per il cartello della droga che continuera` nella sua impresa criminosa.