Archive for Geo-politica

“Un infiltrato nelle acque del Mediterraneo?”

agosto 24, 2012

di Marco Federico

Signal e Communication Intelligence: un tuffo nel mare blu dove, dal silenzio delle acque più profonde, si può captare e cogliere ogni possibile segnale, immagine e suono…
Si tratta di una delicata e segreta operazione di informativa tedesca, monitorata dal KSA (Comando di Ricognizione Strategica), che però non potrebbe agire senza l’approvazione del Cancelliere tedesco Angela Merkel.
Infatti il Bundestag, si dichiara ignaro di tali manovre e sostiene che, per quanto il carattere degli interventi sia di informazione piuttosto che militare, il governo Merkel era tenuto ad informare sia il Parlamento tedesco che l’opinione pubblica. Per adesso la motonave Oker sembra impegnata contro la Siria di Assad, ma, circumnavigando nel mar Mediterraneo, non è da escludersi che possa interessarsi a “origliare”, indisturbato, per carpire segreti e informazioni altrui…Forse siamo davanti a nuove tecnologie strategiche che caratterizzeranno il ritorno della GUERRA FREDDA?.

Certamente ci troviamo in nuova era in cui l’ Intelligence risulta più che mai un ambito fondamentale sia per la Difesa che per la Sicurezza nazionale e mondiale.
 www.informativadintelligence.eu

 

Dal Parlamento europeo l’opinione inglese sull’Italia dell’euro

 Farage al Parlamento Europeo_ chi vi da’ il diritto di dettar legge al popolo italano__(360p)   (clicca qui per il video)

 

Una dimostrazione di come l’Italia  è vista dalla Gran Bretagna, quello di Monti viene chiamato il “governo del popolo non eletto” in cui il premier sarebbe l’architetto  della crisi europea….

 

Qui di seguito è riportata la traduzione del discorso che non ha bisogno di commenti…

Traduzione di G.G.

 

Discorso del coo-presidente di EFD (European Freedom Democracy) al ParlamentonEuropeo.

“Bene, eccoci alla soglia di un disastro finanziario e sociale! Nell’aula oggi abbiamo i 4 uomini che si suppone siano i responsabili; ora abbiamo ascoltato i più vuoti ed i più tecnocratici discorsi che io abbia mai udito. Voi tutti rifiutate il fatto, contro ogni obiettività, che l’euro sia un fallimento. E chi è veramente responsabile? Chi è in carica, tra di voi? Naturalmente la risposta è “nessuno di voi” perché nessuno di voi è stato eletto, nessuno di voi, in verità, ha la legittimità democratica per il ruolo che attualmente esercita durante questa crisi, e, in questo vuoto, è intervenuta, in modo riluttante, Angela Merkel; ora stiamo vivendo in un’Europa dominata dalla Germania, cosa che il progetto europeo, in verità,  doveva impedire. Cosa che, quelli che ci hanno preceduto, hanno pagato ad alto prezzo, con il sangue per poterla scongiurare.

Non voglio vivere in un’Europa dominata dalla Germania, né nessun cittadino europeo lo vuole.

Ma voi, ragazzi, avete tutti giocato il vostro ruolo perché quando Mr. Papandreu si è alzato ed ha usato il termine “referendum” o Mr. Renn, che voi avete descritto come abuso di fiducia ed i vostri amici qui sono andati insieme come un’orda di iene intorno a Papandreu, lo avete rimosso e rimpiazzato con un governo di pupazzi; che spettacolo assolutamente disgustoso che è stato! Non contenti di ciò, avete deciso che Berlusconi doveva andarsene, così è stato rimosso e rimpiazzato da Monti, un ex commissario europeo, architetto di questo disastro dell’euro ed un uomo che neanche era membro del Parlamento. E’ come se fossimo in un romanzo di Agatha Christy dove stiamo cercando di capire chi sarà la prossima persona ad essere liquidata; la differenza è che sappiamo chi sono i criminali, voi dovreste tutti essere ritenuti responsabili per il vostro operato, dovreste tutti essere licenziati! E devo dire, Mr. Van Rompuy, 18 mesi fa, quando ci siamo incontrati per la prima volta, che mi sono sbagliato sul suo conto, ho detto che lei sarebbe un assassino silenzioso della democrazia della nazione, ma lei non lo è più, è piuttosto rumoroso al riguardo, non è vero? Lei, un uomo non eletto, è andato in Italia e ha detto: “ Questo non è il tempo per le elezioni, questo è il tempo per le azioni!”

Che cosa, in nome di Dio, Le dà il diritto di dire questo al popolo italiano?”

  Herman Van Rompuy, belga, presidente del Consiglio Europeo, detto Mr. Euro perché anche presidente del vertice Euro.

 

 

Nigel Farage, europarlamentare britannico, ha subito anche numerosi attentati, le sue parole aspre, dure, ma del tutto sincere nei confronti dell’élite bancaria non sono gradite a molti….

Khamenei può intralciare la rielezione di Obama

di Daniel Pipes
Liberal
22 dicembre 2011

Prof.Daniel Pipes

http://it.danielpipes.org/10437/iran-rielezione-obama

Pezzo in lingua originale inglese: Tehran holds Obama re-election wild card

 

La fine ufficiale della guerra americana in Iraq, il 15 dicembre scorso, rende il vicino Iran un fattore importante e imprevedibile nelle presidenziali Usa del 2012. Innanzitutto, uno sguardo al passato: i mullah iraniani hanno già avuto nel 1980 l’opportunità di influire sulla politica americana. Il sequestro degli ostaggi dell’ambasciata Usa a Teheran per 444 giorni ha tormentato la campagna per la rielezione del presidente Jimmy Carter e ha contribuito alla sua sconfitta – grazie anche a iniziative come la Rose Garden strategy, una fallita operazione di salvataggio e a un programma televisivo dell’ABC America Held Hostage. L’Ayatollah Khomeini ha vanificato le speranze di liberazione degli ostaggi, evitando un colpo a sorpresa da parte dell’amministrazione Carter a pochi giorni dalle elezioni e ha rigirato il coltello nella piaga liberandoli esattamente il giorno dell’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Oggi, l’Iran può giocare due potenziali ruoli nella campagna per la rielezione di Obama: come disgregatore in Iraq o come obiettivo degli attacchi Usa. Esaminiamoli entrambi.

Il Presidente Jimmy Carter e Barack Obama

Chi ha perso in Iraq? Anche se l’amministrazione di George W. Bush ha siglato l’accordo sullo status delle forze con il governo iracheno, sulla base del quale «Tutte le forze americane lasceranno completamente il territorio iracheno entro il 31 dicembre 2011», la decisione di Obama contraria al mantenimento di forze residue in Iraq ha fatto sì che il ritiro delle truppe diventasse sia una sua scelta che un suo onere. Questo lo mette a rischio: se le cose dovessero andare male in Iraq nel 2012, lui, e non Bush se ne assumerebbe la responsabilità. La guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, in altre parole, può rendere insopportabile la vita di Obama. Khamenei ha molte opzioni: può esercitare un maggiore controllo su quei numerosi dirigenti iracheni che sono degli islamisti sciiti filo-iraniani, alcuni dei quali hanno vissuto in esilio in Iran; ad esempio, il premier, Nouri al-Maliki, rientra in questo paradigma. Gli iraniani possono anche influenzare la politica irachena con i servizi d’intelligence del Paese, in cui già si sono sostanzialmente infiltrati. Oppure Teheran può mandare delle truppe iraniane in Iraq a tempo indeterminato, al posto di quelle decine di migliaia di soldati americani che ora hanno lasciato la frontiera orientale irachena, creando una forte tensione. E per finire, gli iraniani possono appoggiare persone come Muqtada al-Sadr o inviare direttamente dei terroristi. Nel 1980, gli iraniani hanno manipolato il processo politico americano con la presa degli ostaggi; nel 2012 potrebbero riuscirci con l’Iraq. Se i governanti iraniani decidessero di piantare grane prima del 6 novembre, il candidato repubblicano accuserà Obama di “aver perso in Iraq”. E vista la lunga opposizione di Obama alla guerra, questo lo metterà in difficoltà. In alternativa, gli iraniani possono cambiare marcia e mettere in atto la loro minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz per mettere in pericolo il 17 per cento del petrolio mondiale che passa attraverso quella via di navigazione, creando così un’instabilità economica globale.

Gli Ayatollah e Khomeini e Khamenei hanno in comune l'opportunità di influire sulle presidenziali americane

Nel 1980, i mullah decisero di intralciare la strada di un leader democratico indebolito e potrebbero farlo di nuovo; oppure potrebbero decidere che Obama sia il male minore e desistere. Il punto è che il ritiro delle truppe offre loro altre opzioni. Può darsi che Obama si pentirà di non averle tenute lì fin dopo le elezioni, scelta che peraltro gli avrebbe permesso di dire: «Ho fatto del mio meglio». Sul tavolo c’è anche la possibilità di bombardare gli impianti nucleari iraniani. Quasi due anni fa, quando Obama conservava la maggioranza (seppur risicata, un + 3 per cento) tra gli americani, feci notare che un attacco Usa contro gli impianti iraniani avrebbe fatto dimenticare il suo primo e inconcludente anno alla Casa Bianca e virato la scena politica interna a suo favore. Con una sola azione, avrebbe, infatti, protetto gli Stati Uniti da un nemico pericoloso e ridisegnato la corsa elettorale. Perché un attacco avrebbe accantonato la riforma sanitaria, indotto i repubblicani a lavorare con i democratici, fatto protestare i netroots, provocato un ripensamento fra gli indipendenti e mandato in brodo di giuggiole i conservatori. Oggi, mentre la popolarità di Obama affonda al -4,4 per cento e le elezioni dominano già lo scenario interno a meno di un anno dal voto, il presidente è sempre più incentivato a bombardare l’Iran, un’ipotesi pubblicamente discussa da una pittoresca gamma di personaggi americani (Sarah Palin, Pat Buchanan, Dick Cheney, Ron Paul, Elliot Abrams, George Friedman, David Broder, Donald Trump) e non (Mahmoud Ahmadinejad, Fidel Castro). Assistenza sanitaria, impiego e debito pubblico offrono al presidente poca consolazione, la sinistra è delusa e il voto indipendente è a disposizione di tutti. Le attuali scaramucce sulle sanzioni e i droni potrebbero essere una mera distrazione: un attacco agli impianti iraniani avrà presumibilmente luogo nella prima metà del 2012, insomma non troppo vicino alle elezioni americane. In conclusione: Khamenei e Obama possono crearsi non pochi problemi. Se lo facessero, l’Iran e l’Iraq diventerebbero i temi centrali della corsa alle presidenziali, continuando così a giocare il ruolo trentennale di pupazzi di cartapesta della politica americana.

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www.informativadintelligence.eu di Marco Federico

«Puntavamo a un altro 1945 Ma abbiamo fallito nel nostro obiettivo morale»

di Alessandra Farkas
Corriere della Sera
16 dicembre 2011

http://it.danielpipes.org/10420/abbiamo-fallito-nel-nostro-obiettivo-morale

Prof. Daniel Pipes

NEW YORK – «La presenza americana in Iraq finisce, ma non certo la guerra». È pessimista Daniel Pipes, lo studioso neocon già consigliere di George W. Bush, considerato uno dei massimi esperti americani di Medio Oriente. «Abbiamo sprecato 800 miliardi di dollari, perso oltre 4 mila soldati rimpatriandone altri 30 mila feriti – spiega Pipes – ma tra dieci, forse cinque anni, tutti i nostri sacrifici saranno stati cancellati e l’ Iraq sarà sotto la morsa di un’ altra tirannia».

L’ America ha insomma perso questa guerra?

«Ha perso la guerra, anche se ha vinto qualche battaglia: ha messo fine alla cruenta dittatura di Saddam Hussein, aiutato il governo curdo nel Nord e spezzato la dominazione sunnita del Paese. Ma il vero obiettivo non l’ ha raggiunto».

A quale obiettivo si riferisce?

«L’ obiettivo 1945. L’ amministrazione Bush, di cui ho fatto parte, aveva un progetto moralmente molto elevato per creare un Iraq libero e prospero, basato implicitamente sull’ esperienza Usa in Austria, Germania, Italia e Giappone nel 1945. Invece di chiedere risarcimenti ai nemici sconfitti, l’ America allora accordò loro prestiti, aiutandoli nella ricostruzione dei Paesi distrutti».

Il metodo in Iraq non ha funzionato?

«Purtroppo ci siamo resi conto ben presto che il 1945 non poteva essere replicato in Medio Oriente nel 2003. È stato un enorme errore di valutazione, e una sconfitta, dover ammettere che il nobile intento di trasformare l’ Iraq in un faro del Medio Oriente è fallito».

L’ amministrazione Obama doveva restare?

«È stato l’ allora presidente Bush, 4 anni fa, a firmare contro i miei consigli l’ attuale ritiro. Una data arbitraria che non tiene conto della situazione sul terreno. Lo dico da repubblicano convinto».

Se si potesse tornare indietro cosa cambierebbe?

«Chiederei all’ America di appoggiare un governo militare retto da un generale iracheno, guidandolo gradualmente verso la democrazia. Chiederei elezioni non dopo 23 mesi, ma 23 anni perché, come bene insegna la Cina, ci vuole tempo a passare da una cruenta dittatura alla democrazia. Avremmo dovuto inviare le truppe ai confini e in zone strategiche, non a pattugliare le strade di Falluja. Ci siamo solo fatti odiare. Ma ormai è troppo tardi per recriminare».

Pensa che l’ attuale ritiro aiuterà il presidente Obama a essere rieletto?

«Al contrario, penso che due pericoli possano compromettere la sua rielezione: lo scoppio di una guerra civile in Iraq e un incremento dell’ influenza iraniana nel Paese. Francamente sono sorpreso che Obama abbia deciso di rispettare la scadenza invece di proteggersi e rimandare il ritiro di almeno un anno. Se qualcosa andrà storto, i repubblicani potranno addossargli tutta la colpa».

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www.informativadintelligence.eu di Marco Federico

Obama abbraccia Erdogan

di Daniel Pipes
3 novembre 2011

Il gesto di saluto immortalato nel giugno scorso da una foto dell’Associated Press in cui si vede Hillary Clinton che batte il cinque al suo omologo, Ahmet Davutoğlu, mi ha indotto a scrivere che la Clinton “dovrebbe vergognarsi di se stessa scherzando in modo pericoloso con il rappresentante di un paese ostile”.

 

E che dire dell’abbraccio dato a novembre da Obama al suo omologo Recep Tayyip Erdogan? Forse questo è stupido e vergognoso. Erdogan deve essere punito e non abbracciato.

http://it.danielpipes.org/blog/2011/11/obama-abbraccia-erdogan

Pezzo in lingua originale inglese:Obama Hugs Erdoğan

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Obama (di spalle) ed Erdogan

Il Mujahidin di Tripoli

di Daniel Pipes
Liberal
26 ottobre 2011 http://it.danielpipes.org/10265/il-mujahidin-di-tripoli

Commentando in modo ottimista l’esecuzione del longevo dittatore libico, Barack Obama ha dichiarato che «la morte di Muammar Gheddafi ha mostrato che il nostro ruolo nel proteggere il popolo libico e nell’aiutarlo a liberarsi di un tiranno era la cosa giusta da fare». Riguardo alla sua decisione di attuare un ritiro di tutte le truppe Usa dall’Iraq nel giro di due mesi, Obama ha detto che «in Iraq, siamo riusciti nella nostra strategia di porre fine alla guerra». Poi, il presidente ha tratto delle conclusioni trionfalistiche da questi sviluppi, vantandosi del fatto che essi stanno a dimostrare che «la marea della guerra si ritira» e che «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo».

Mahmoud Jabril

Che abilità: poiché le invise politiche interne di Obama (specie quelle riguardanti l’assistenza sanitaria e l’occupazione) affondano la sua popolarità, lui ora rivendica i successi della politica estera. I democratici pubblicizzano i loro successi internazionali: «Terroristi e dittatori», dice qualcuno «privi di ostruzionismo parlamentare, non dispongono di nessuna difesa efficace contro Barack Obama». Ma il Medioriente insegna a essere cauti: molto probabilmente andrà male in Libia e in Iraq. Prevedo che Obama si pentirà dei precipitosi vanti.

In Libia, non è chiaro chi emergerà come figura dominante nel Consiglio nazionale transitorio nel tentativo di governare il Paese. Due figure rappresentano le probabili alternative. Mahmoud Jibril (classe 1952; conosciuto anche come Mahmoud Gebril ElWarfally) è stato nominato primo ministro ad interim del Cnt. Ha conseguito un PhD in Scienze Politiche presso l’Università di Pittsburgh, dove ha insegnato pianificazione strategica. Ha pubblicato dieci libri – tra cui il volume di successoImagery and Ideology in U.S. Policy Toward Libya, 1969-1982 – e ha fondato un’omonima società di formazione professionale e di consulenza in management, la Gebril for Training and Consultancy. Invece, Abdel-Hakim Belhaj (classe 1966), leader militare di Tripoli, nel 1988 si è recato in Afghanistan a combattere i sovietici; è stato a capo del Gruppo combattente islamico della Libia; nel 2004, arrestato dalla Cia e consegnato a Gheddafi che lo ha sbattuto in galera fino al 2010. Le differenze tra i due non potrebbero essere più nette: un leader libico che ha ricoperto un posto accademico prestigioso negli Usa, mentre l’altro sostiene di essere stato torturato dalla Cia. L’uno vuole integrare la Libia in un ordine guidato dai Paesi occidentali, l’altro sogna un nuovo califfato.

Abdel-Hakim

Se Belhaj ha dichiarato la sua fedeltà al Cnt sotto Jibril, ha però fatto di tutto per evadere i tentativi di assumere il controllo delle unità militari. Come dice con garbo Patrick J. McDonnel del Los Angeles Times, «continua a non essere chiaro come funzioneranno esattamente i rapporti tra la leadership civile e le disparate unità militari». E la cosa ancor più preoccupante sono le dimissioni annunciate da Jibril domenica scorsa, proprio quando il presidente del Consiglio nazionale transitorio ha chiesto una costituzione «basata sulla religione islamica». Se la Libia diventasse islamista, Obama si struggerebbe al ricordo di Gheddafi.

 

In Iraq, l’affermazione di Obama sulla fine della guerra ricorda il discorso della “Missione compiuta” pronunciato da George W. Bush nel 2003 che è stato molto ridicolizzato a causa del suo prematuro annuncio – «Nella battaglia dell’Iraq, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno prevalso» – proprio quando la vera guerra era appena cominciata. Con le truppe Usa che ora stanno per ritirarsi, Teheran può cominciare sul serio a impadronirsi del Paese e a trasformarlo in una satrapia (antico termine persiano che sta per una forma di governo subordinata). Nonostante i moniti americani, Teheran già interferisce nella politica irachena, finanzia le milizie, appoggia il terrorismo e invia le proprie forze nel Paese – e si prepara a fare di più. Come scrive Max Boot, il ritiro delle truppe americane implica che «in Iraq i rischi di un fallimento disastroso ora aumentano in modo considerevole. La Forza Quds iraniana deve avere l’acquolina in bocca perché stiamo lasciando l’Iraq sostanzialmente incapace di difendersi dalle sue macchinazioni». Baghdad cerca di rabbonire le minacce iraniane; ad esempio, il suo capo di stato maggiore ha proposto un’organizzazione per la sicurezza regionale con Teheran.

Se gli sforzi iraniani avranno rapidamente successo, beh, questi potrebbero recare un danno considerevole alle prospettive elettorali di Obama del prossimo anno. «Chi ha perso l’Iraq?» potrebbe diventare un potente grido di battaglia dei repubblicani. Il fatto che Obama, già nel 2007, avesse dichiarato che gli sforzi americani di stabilizzare l’Iraq erano stati “un fallimento totale”, lo induce ad assumersi la responsabilità di questo reale fallimento. Anche se l’Iraq resisterà fino alle elezioni americane del 2012, prevedo che tra cinque-dieci anni gli sforzi statunitensi in Iraq (e anche in Afghanistan), con tutte quelle spese e i tributi di vite umane, finiranno in nulla. Quando i futuri analisti cercheranno di capire che cosa è andato storto, potrebbero ben concentrare la loro attenzione sulle ingenue dichiarazioni di Obama.

Come Belhaj probabilmente prevarrà su Jibril, così l’Iran sull’Iraq. Se accadesse, Obama e i democratici si pentiranno della miope sicumera odierna.

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http://it.danielpipes.org/art/cat/42

 

 

Servizi Segreti: morto il rais, adesso un governo ad interim in attesa di attuare una Costituzione Libica

di Marco Federico

Aisha Gheddafi

Tutto il mondo ha potuto assistere alla cattura nonchè all’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei rivoluzionari CNTche hanno in questo modo creduto di rendere giustizia alla maggioranza del popolo libico.

Adesso viene il momento più delicato perchè non sarà così scontato mettere d’accordo i diversi capi delle tribù libiche.

Il Consiglio nazionale transitorio (CNT), tramite il suo presidente Mustafa Abdul Jalil, ha in mano veramente la Libia? O meglio, cosa accadrà da qui ai prossimi mesi prima che si instauri il processo di democrazia in tutto il Nord Africa?

Trovare un equilibrio nello “scatolone di sabbia”sarà difficile perchè in molti tenteranno di costruire  la propria nicchia…Potenze interessate non si illudano che con la morte di Gheddafi, tutte le questioni più celate siano stati definitivamente sepolte…
Pare (fonte ignota) che esista uno “scrigno” custodito da qualche parte, dove sarebbero contenuti dei doc. riservati del Rais, che avrebbe rivelato al momento opportuno…Sarà vero? E chi potrebbe esserne a conoscenza?

Presentazione del Think Tank OOISI (Organigramma di Osservazione, Informazione, Sicurezza e Intelligence)

OOISI (Osservazione, Informazioni, Sicurezza e Intelligence) è un Think Tank italiano istituito a Roma nel luglio 2011 e nato da un progetto di Marco Federico (www.informativadintelligence.eu), con il fine di monitorare, raccogliere, e analizzare le informazioni d’interesse nel settore della sicurezza nazionale e internazionale a 360 gradi, con un focus speciale sulla regione Mediorientale.

Troppe cose accadono e tutti ne vogliono parlare ma pochi sanno degli eventi come realmente scaturiscono e si propagano, si estendono a macchia d’olio sul territorio nazionale ed internazionale.

Dopo il 1989, a seguito del crollo del “Muro di Berlino”, sia in Europa che in altre parti del mondo, ci sono state scosse e fluttuazioni di pensiero che hanno condotto ad erigere altri tipi di steccati, di “barriere divisorie” tra i popoli, dove la globalizzazione è, purtroppo, diventata motivo di separazione, scissione, conflitto interno ed esterno.

Inoltre, l’attuale diffusione della rete Internet e del massiccio impiego dei social network nella preparazione e organizzazione di sommosse e rivolte è stata sottovalutata e solo di recente la comunità internazionale ha iniziato a prenderne coscienza, come mostrato dai fatti della c.d. ‘primavera araba’. Benché di difficile previsione, l’osservazione delle informazioni scambiate e diffuse sui social network avrebbe fornito delle avvisaglie che avrebbero potuto lasciar presagire quanto sarebbe poi accaduto. Nessun evento, infatti, nasce dal nulla, ma si forma passando per un processo evolutivo che richiede una sua rapida identificazione.

In ogni epoca della storia ci sono stati conflitti e guerre atroci ed è per questo che il Think Tank OOISI, auspica di diventare uno strumento di conoscenza costruttiva delle realtà multiculturali e interculturali, senza schieramenti di parte per questo o altro ideale politico.

Ciò che differenzia questa iniziativa dalle altre è l’approccio e la metodologia. OOISI è, infatti, costituito da personale volontario che crede intimamente nel progetto e che si adopera per realizzare analisi attendibili di elevata qualità. A ciò va aggiunto che la metodologia impiegata non si basa solamente sull’analisi delle fonti aperte ma anche sull’interazione con i vari attori sociali coinvolti a tutti i livelli nel conflitto in divenire, inteso nell’accezione più ampia del termine.

In particolare, gli analisti dell’OOISI credono fermamente nella necessità di un ripensamento del ruolo sociale delle donne, che rivestiranno sempre maggiore importanza nella risoluzione dei conflitti, anche nell’area Mediorientale. Le analisi dell’OOISI infatti, non vogliono essere fini a sé stesse ma si propongono l’ambizioso obiettivo di anticipare gli eventi di interesse per la sicurezza nazionale e internazionale e di indicare una possibile soluzione agli stessi.

Le aree oggetto di studio e analisi ricomprendono, tra le altre, tematiche connesse al terrorismo, al crimine organizzato, alla sicurezza economica e finanziaria, alla minaccia cibernetica e alle questioni rilevanti per il comparto della Difesa. Ogni argomento verrà sviluppato con un approccio integrato, reso possibile grazie ad un team multidisciplinare di analisti. Ogni minaccia non è infatti concepita come a sé stante ma è un fenomeno dinamico strettamente correlato con altre questioni di sicurezza.

 

Proclamare uno Stato palestinese, ancora una volta

di Daniel Pipes
3 agosto 2011

http://it.danielpipes.org/blog/2011/08/proclamare-stato-palestinese-ancora

Pezzo in lingua originale inglese:http://www.danielpipes.org/blog/2011/08/palestinian-state-yet-again

L’impegno messo dall’Autorità palestinese nel proclamare uno Stato palestinese non è affatto un’idea nuova. Stando ai miei calcoli, questa è la quarta iterazione. Ho descritto il primo caso come segue:
Il I° ottobre 1948, Amin al-Husayini, il mufti di Gerusalemme, stava in piedi davanti al Consiglio nazionale palestinese a Gaza e proclamava l’esistenza del governo di tutta la Palestina (Hukumat ‘Umum Filastin). In teoria, questo “Stato” governava già a Gaza e presto avrebbe avuto il controllo dell’intera Palestina. Di conseguenza, esso era nato da nobili proclamazioni della natura libera, democratica e sovrana della Palestina e con i ministri al completo. Ma l’intera impresa era una finta, perché Gaza era sotto il governo egiziano di Re Faruq, i ministri non esistevano e il governo di tutta la Palestina non si è mai esteso all’intera Palestina. Piuttosto, questo Stato perse rapidamente importanza e nei due decenni che seguirono l’obiettivo di proclamare uno Stato palestinese, di fatto, scomparve.

E poi ancora:
Quasi quarant’anni dopo la prima proclamazione di uno Stato palestinese, ce ne fu una seconda il 15 novembre 1988, ancora una volta nel corso di una riunione del Consiglio nazionale palestinese. Questa volta, fu Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), a dichiarare l’esistenza di uno Stato di Palestina. In qualche modo, questa operazione è stata ancora più futile della prima, perché il neo-Stato fu proclamato ad Algeri, a quasi duemila miglia e a quattro frontiere dalla Palestina; questo Stato non controllava un solo centimetro del territorio che rivendicava e inoltre esso si trovava a dover fronteggiare un potente avversario israeliano.

Questi due esempi sono storia vecchia, ma il terzo tentativo, nel 1999, assomigliava straordinariamente alla situazione odierna. Come ho osservato all’epoca:
Quando sarà proclamato uno Stato, i risultati saranno molto negativi per i palestinesi come per gli israeliani. Questa evidente violazione degli accordi di Oslo causerà un ulteriore indebolimento dei rapporti economici e un intensificarsi della violenza. (…) Gli Usa e Israele sono più importanti degli altri 180 Paesi. Spero che essi non rifiuteranno soltanto di riconoscere lo Stato palestinese, dicendo apertamente ad Arafat e all’Autorità palestinese che una dichiarazione unilaterale costerà cara ai palestinesi. Il prosieguo dei negoziati rappresenta l’alternativa sensata ad una dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Le questioni da discutere sono spinose e il processo andrà per le lunghe; non ci può essere alcuna data arbitraria per la conclusione dei negoziati, poiché ciò costituirebbe per i palestinesi un puro e semplice invito a temporeggiare. Perché i negoziati abbiano successo, il processo deve proseguire fino alla sua naturale conclusione.

E ora settembre 2011. Plus ça change, plus c’est la même chose – Più cambia, più è la stessa cosa.

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http://it.danielpipes.org/art/cat/2

Servizi Segreti: disequilibrio nel Mediterraneo…

di Marco Federico

Già da qualche tempo, ci sono osservatori dislocati nelle aree più nevralgiche del mediterraneo, che informano chi di dovere: il proprio governo e gli alleati della coalizione Nato. Per questo motivo, mai come adesso, diventano necessarie sinergie ed interazioni tra i servizi di informazione-Nato. Il mondo appare sempre più piccolo e vicino…L’Europa sempre più frazionata sulle questioni di economia mondiale e di politica internazionale.

Negli ultimi due anni è emersa sempre più la grande difficoltà di dialogo e di condivisione, ci sono nuove forze emergenti che rivendicano la propria identità e leadership in seno a questa Europa che fatica a ritrovare la propria identità.
 
Quale mondo si sta preparando per le generazioni future?
 
Dagli ultimi eventi scaturiti dal Nord Africa, si profilano gruppi ed organizzazioni terroristiche emergenti che vorrebbero approfittare della situazione venutasi a creare nel Mediterraneo e, soprattutto, in Europa.
 
Viviamo un senso di ingiustizia diffuso che aggrava la condizione di povertà in continua espansione, un degrado sociale che potrebbe alimentare il terrorismo internazionale e diventare strumento di chi rivendica la costituzione di un “Nuovo Ordine Mondiale”.
 
Intanto i musulmani sono già arrivati nel continente europeo e le radici giudaico -cristiane appaiono sempre meno stabili ed in procinto di cadere nella rete del nuovo califfato che avanza. Forse sarà come nel 1683? Ma, questa volta, avremo un frate come Marco D’Aviano?
 
Esiste un comune denominatore dietro questi fatti?
 
Chi c’è “dietro le quinte” del Sistema Bancario Internazionale?